Qualcuno ha scritto: Ho 29 anni e una vita che mi ha reso difficile. Ho iniziato ad avere disturbi alimentari a 14 anni, quando mia nonna stava per lasciarci e mio padre, da sempre disoccupato, diventava sempre più alcolizzato e violento. Mia madre, che ha sempre amato noi 3 figli, ha sempre lavorato e cercava di mascherare le colpe di mio padre e le sue. Mia sorella quando io ho 17 anni va via di casa per sempre. Mio fratello viene castrato da mio padre tutti i giorni ed è come se non ci fosse. Non c'è. Quando ho 20 anni mio padre muore di cancro. Per me significa diventare donna (anche se non sono mai uscita dai miei problemi alimentari). Mi metto insieme, a 21 anni, al grande amore della mia vita. 5 anni insieme. 5 anni di pianti. Io mi ero aggrappata a lui, un bambino più grande di me di 2 anni dedito ai vizi (alcool e droghe), allo stadio e alla violenza da stadio. Nel 2007 tra di noi finisce definitivamente, PER FORTUNA (ma ancora oggi sento il male che mi ha fatto). Io continuo a nascondere al mondo i miei disturbi. Resto in Italia un altro anno fatto di insuccessi professionali, uscite con una cara amica e difficoltà con l'altro sesso. Maggio 2008: Parto x Londra. Il periodo più bello e più duro della mia vita. Ingrasso. Sono indipendente. Ma sono sola, nonostante i bei rapporti di amicizia nati. Anche il mio ex storico viene a trovarmi, dicendomi prima di aver fatto il più grande errore della sua vita lasciandomi, poi rimangiandosi tutto e sparendo definitivamente. Inizio ad inviarmi email con un ragazzo di Roma, che sapevo quanto tenesse a me e che in passato io avevo rifiutato. Lui non aveva nulla di sbagliato e ricordo che insieme a lui ero serena e sorridente.... Riallacciamo i rapporti. Vengo in vacanza a Roma, lo vedo e ci faccio l'amore. Lui riparte con me per Londra per una vacanza di 10 giorni. È fine giugno quando va via... lo rivedo per 4 giorni il 20 luglio.... continuiamo a sentirci per telefono.... Mi da il coraggio di licenziarmi e di tornare in Italia... Ma a 2 settimane dalla mia partenza (metà agosto 2009) io non voglio più tutto questo....non voglio tornare a casa mia...lo tradisco e taglio i rapporti con lui.
Torno comunque in Italia. Dopo una settimana decidiamo di rivederci. Parliamo. Gli dico tutto, del tradimento e dei miei problemi alimentari. Di mio padre e della mia famiglia. Torniamo insieme. Lui è sempre preoccupato e per me fa tutto. Io dalla mia mente non ho mai levato del tutto il desiderio di tornare a Londra, pur sapendo che qui c'è mia madre che invecchia, i miei fratelli e nipoti.... Quella città mi appartiene.. Ero felice pur con poco o nulla....
Oggi lui e il lavoro (precario) sono gli unici elementi che danno equilibrio alla mia vita. Se sto sola in casa mia è sicuro che ci sarà l'abbuffata e la vomitata...
Ma mi trovo davanti a un bivio: o una vita con lui e una famiglia (bambino incluso) o a settembre me ne vado. Piango spesso quando penso che non ho un bimbo. Qualcosa mi dice che non ne avrò....
Cosa c'è di sbagliato in me? Cosa dovrei fare? A causa della mia lunga storia precedente in amore sono diventata egoista....eppure per lui avrei dato l'anima....
Dadrim ha risposto: In te non c'è nulla di sbagliato, in nessun essere umano v'è qualcosa di sbagliato! Quando iniziamo a pensare che qualcosa sia sbagliato o non ci debba essere significa solo che abbiamo paura di quel qualcosa, e la paura è il peggior nemico della nostra possibilità di essere liberi. Con questo non intendo dire che la paura sia qualcosa di sbagliato, altrimenti cadremmo in un vortice senza fine. La paura come ogni altra cosa va osservata, accettata, compresa e trasformata. Come ripeto sempre: non dobbiamo avere paura delle nostre paure! In te non v'è nulla di sbagliato, ma v'è sicuramente il fardello del passato che pesa e che continua a proiettare la sua ombra nel tuo presente e futuro. Le ombre del passato vagano, più o meno intensamente, nella coscienza di tutti noi. La nostra unica possibilità per riuscire a creare una dimensione di vita equilibrata e serena consiste nel far crescere sempre più la nostra luce interiore, quell'unica luce che è capace di dissolvere le nostre ombre.
La domanda fondamentale è quindi: come accendere la nostra luce interiore? Per me la risposta è sempre e solo una: consapevolezza! Continuo e intenso esercizio di consapevolezza. Imparare a vedere pienamente i pensieri e le emozioni generati dalle esperienze del passato, quelle esperienze che continuamente si proiettano nel nostro presente e che distorcono la nostra possibilità di percepire e vivere liberamente quel che accade nel qui ed ora. Quando iniziamo a prendere consapevolezza di quali meccanismi di pensiero e di emozioni reiteranti ci chiudono all'interno di uno schema sempre uguale e isolante, senza sforzo alcuno saltiamo fuori dalla trappola del passato, da quell'idea di noi che continuamente ci costringe a doverci difendere o attaccare e fuggire.
I disturbi alimentari, come molte altre nostre problematiche, sono il risultato di un tentativo di dare risposta a delle profonde ferite che ci tormentano. Il nostro corpo è la parte più grossolana e visibile del nostro intero essere. È la prima parte attraverso cui entriamo in relazione con il mondo. Se nel nostro mondo interiore scorrono pensieri ed emozioni di inadeguatezza, magari prodotti da canoni estetici a cui pensiamo di dover rispondere per poter essere accolti, accettati e stimanti, il nostro corpo può facilmente divenire il mezzo attraverso cui pensiamo di poter dare risposta a tutte le nostre paure. In una società che ha mutilato l'essere umano, riducendolo a mero fenomeno di apparenza, di forma e adeguamento di questa ad un pensiero omologante e banale di bellezza, l'ossessione del corpo non è poi così difficile da comprendere. Dal mio punto di vista però, l'unica soluzione possibile a questa mortificazione dell'individuo consiste in una riappropriazione dell'intera dimensione del nostro essere. Nelle nostre relazioni bellezza, amore e accettazione reali derivano unicamente da una condizione di libertà e creatività interiore. Vivono veramente solo coloro che fondano i loro piaceri, sentimenti e pensieri su di un incondizionato desiderio di incontrare e vedere se stessi e l'altro in assoluta nudità e pienezza. Tutti coloro che sono imprigionati nelle logiche dell'apparire e del “dover essere” sono condannati alla sofferenza proprio perché dimenticano il loro innato e meraviglioso “Essere” nel tentativo di realizzare un “essere ipotetico”, ideale, costruito da altri per alimentare quella ruota di insoddisfazione che tanto nutre le tasche di pochi astuti illusionisti.
Ti immagini quanto poco durerebbe l'idea di successo e di fama se ogni individuo fosse sereno e appagato per quello che è? Questa società genera una moltitudine di falliti unicamente per continuare a reggere il teatrino di quei pochi che si ritengono degli arrivati.
I disturbi alimentari però non sempre e necessariamente sono il prodotto di un bisogno di apparire mosso dal desiderio di essere accettati. Sempre e comunque sono il prodotto di un dolore profondo che l'anima crede di poter lenire o negare attraverso un'azione di controllo e/o stimolazione della sua dimensione corporea alimentare.
Il piacere di un'abbuffata per qualche istante compensa la percezione di un insostenibile vuoto interiore, come il vomitare ci libera da una percezione di pesantezza e paralisi. Come un palloncino che continuamente viene gonfiato e sgonfiato, il nostro corpo può essere riempito e svuotato generando così un reiterante piacere prodotto da un continuo tendere e rilasciare, colmare e svuotare, espandersi e restringersi. Attraverso il corpo troviamo una risposta surrogato al nostro desiderio di colmare i nostri vuoti interiore e di liberarci da tutti quei pesi del passato che ci fanno sentire prigionieri di noi stessi.
Quando questo meccanismo di fuga e dimenticanza di noi viene compreso, la dimensione del corpo e del controllo alimentare perde significato, permettendo così alle dimensioni più profonde del nostro essere di venire a galla e di essere conosciute, svelate e trasformate.
Quando la mente smette di focalizzarsi su di un finto problema, la nostra realtà interiore viene a galla, mostrandoci tutta la solitudine, la vergogna, la paura e l'angoscia che ci tormentano. E quando le nostre ombre interiori vengono esposte alla luce della consapevolezza, queste svaniscono come neve al sole.
Tu dici: “Lui è sempre preoccupato e per me fa tutto”.
Ma perché vuoi qualcuno che ti sta accanto nella preoccupazione e che da ciò è mosso a fare tutto? Perché non ti concedi e gli concedi la serenità e la libertà?
Dici che Londra ti appartiene, che eri felice pur con poco o nulla, mentre qui, pur con molto o troppo, affermi che lui e il lavoro (precario) sono gli unici elementi che danno equilibrio alla tua vita.
Se a Londra eri felice con nulla e qui, nonostante lui, il lavoro, tua madre, i tuoi fratelli e nipoti senti un equilibrio appeso ad un filo, forse stai agendo più per dovere che per piacere, forse ti stai adattando ad una vita socialmente più condivisibile, a scapito di una vita interiormente più consapevole.
Non so, sono solo ipotesi, ma quel che non è un'ipotesi è che se sei sola in casa è sicuro che ci sarà l'abbuffata e la vomitata, come è sicuro che se scopri la tua casa interiore, e da lì poi esci sola verso il mondo, ci sarà l'amore e la libertà!
Un abbraccio,
Dadrim
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