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Attacchi di panico: paura del tutto

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Anna ha scritto: Caro Dadrim, sono Anna la ragazza che ti ha scritto la settimana scorsa, quella delle tante domande sulla mente che si ammala. Ti ringrazio moltissimo per la risposta, hai detto molte cose importanti e che sento come vere. Anche se alcune cose come quella sul fatto che corpo e mente sono solo estensioni del nostro essere ma non l'essere in se stesso, mi sembra di averle recepite solo mentalmente e non ancora in modo più profondo. Forse quando arriverà il momento per capirle allora le comprenderò veramente. 

Ho capito quando parlavi del fatto che ciò che sto passando è come una fase di transizione dove ho l'occasione di scegliere tra il nuovo e la sicurezza del vecchio... solo che ogni tanto mi sembra proprio che la situazione mi stia sfuggendo di mano mentre tutto quello di cui tu parli richiede un livello di consapevolezza tale che francamente mi è difficile mantenere quando ho uno dei miei brutti momenti.

Sto iniziando ad avere attacchi di panico, mi vengono soprattutto quando prendo mezzi di trasporto... l'aereo poi mi e' diventato impossibile prenderlo... ogni tanto ti giuro mi sembra di affogare e ho la sensazione crescente di 'non farcela'. Sto cercando di stare calma ma comunque quello che esercito su di me e' sempre un controllo comandato e poco naturale e soprattutto molto molto fragile visto che mi basta prendere un treno o un aereo per iniziare a stare malissimo.

Ho paura di perdermi e non so come dovrei agire per ritrovarmi. La paura che mi assale ogni tanto e' sovrastante...come faccio? Grazie per ascoltare un po' dei miei pensieri.

Un caro saluto, 

Anna

Dadrim ha risposto: Cara Anna, non preoccuparti più del necessario, ma agisci subito e con determinazione; gli attacchi di panico si possono risolvere contattando un bravo psicoterapeuta, magari con particolare esperienza del problema specifico. Una elevatissima percentuale di persone ottiene buoni risultati già dopo poche settimane di sedute, sino ad arrivare alla piena gestione o risoluzione del problema in tempi variabili.

I risultati migliori vengono ottenuti dalle persone che iniziano ad affrontare il problema sin dalle prime avvisaglie, pertanto ti consiglio di non lasciar passare il tempo, non isolarti nell'angoscia di questi disturbi, ma affidati serenamente a qualcuno di competente e qualificato. 

 

Detto ciò vorrei anche condividere con te il mio pensiero in merito alla faccenda partendo da una prospettiva puramente filosofica e spirituale.

Non intendo parlare degli “attacchi di panico”, definizione psicologica di un disturbo specifico che non mi compete, ma vorrei parlare delle radici stesse della paura e del panico. 

Il termine panico probabilmente è una derivazione del nome latino del dio Pan. La mitologia narra infatti che il dio terrorizzava chi lo disturbava lanciando urla mostruose. Alcuni racconti riportano anche che lo stesso Pan a volte fuggiva per paura delle sue stesse grida.

Il nome Pan a sua volta deriva dal greco “paein”, che letteralmente significa “tutto”. Secondo la mitologia greca, infatti, Pan era lo spirito di tutte le creature naturali, pertanto entità legata alle foreste, agli abissi e al profondo e insondabile mistero dell'esistenza. 

Insomma, secondo la mitologia antica il dio Pan, il dio del Tutto terrorizzava chi lo disturbava solamente con l'utilizzo della sua potente voce. Il panico nasce quindi nell'uomo quando questo incontra il Tutto ponendosi come disturbatore. Quando l'armonia dell'insieme viene spezzata una voce mostruosa proveniente dagli abissi della natura scuote l'anima dell'uomo facendolo fuggire.

Dal mio punto di vista la storia del dio Pan si ripete quotidianamente dentro di noi, infatti nel nostro mondo interiore si nasconde sia la dimensione del tutto, di Pan, sia la dimensione dell'uomo disturbatore. I nostri piccoli e impermanenti pensieri, seguiti dai loro altrettanto contingenti bisogni, quando incontrano il dio del tutto, fuggono terrorizzati dalla sua voce, poiché in quella forza si esprime l'unità della vita, quell'unità in cui noi non riusciamo a permanere.  

Sino a quando vivremo sentendoci e pensandoci separati dall'esistenza inevitabilmente questa ci risponderà mostruosa, non perché lo sia veramente ma semplicemente perché è la stessa natura del nostro pensiero che, nella sua finitudine, è condannato al terrore della realtà infinità e non duale dell'universo.

Il pensarsi entità isolate e indipendenti dal tutto ci spinge a voler controllare gli eventi al fine di proteggere la nostra idea di vita e di noi stessi, ma l'esistenza non potrà mai essere posseduta, confinata e diretta, pertanto, dalla percezione dell'assoluto e inevitabile fallimento del nostro più assurdo e potente desiderio di dominio e sopravvivenza come entità egocentriche nasce la percezione di un profondo e devastante terrore di annientamento.  

Scrivi: “Ho paura di perdermi e non so come dovrei agire per ritrovarmi”.

Dal mio punto di vista il problema non sta nella paura di perdersi ma nel desiderio di ritrovarsi. Sino a quando vorrai ritrovarti non ti permetterai di attraversare pienamente e liberamente le travolgenti fasi che ci consentono di abbandonare la nostra piccola identità al fine di scoprire quella dimensione di appartenenza alla vita che unicamente ci può dare serenità. 

La paura di perdersi è inevitabile nel momento in cui si inizia a vedere la fragilità delle basi su cui poggiano le nostre vite, ma questa paura non dovrebbe spingerci ad ancorarci con ancor più forza alle nostre vecchie e malandate fondamenta. Dovremmo lasciarci completamente andare, in totale fiducia e abbandono. 

Ricordo ancora come imparai a nuotare, fu una delle lezioni più importanti della mia vita. Temevo l'acqua, avevo paura di affogare, avevo paura di perdermi, pertanto mi tenevo sempre al bordo della piscina con tutta la mia forza. La mia istruttrice continuava a ripetermi: lasciati andare, abbia fiducia, rilassati, l'acqua ti tiene a galla da sola, ci sono qua io, non temere nulla. Ma niente, io non la ascoltavo e rimanevo aggrappato al bordo immobile come un pezzo di legno. Poi un giorno come tanti altri, come al solito entro in piscina e mi aggrappo al bordo. Questa volta la mia istruttrice non mi bada minimamente, mi lascia lì appeso come un salame al sua gancio. Tutti nuotano e giocano sereni nell'acqua: io sono sempre lì a fare il salame. Passano i minuti, poi decine di minuti, ho sempre più freddo, batto i denti, voglio uscire e tornare negli spogliatoi, ma la mia insegnante non me lo permette. Sono sempre più stanco, sto perdendo anche le forze per reggermi al bordo della piscina. Inizio a piangere ed inveire verso l'insegnante, voglio uscire, ma niente, lei me lo impedisce, è molto più grande e forte di me. Allora, preso dalle disperazione provo a sganciarmi dal bordo e muovermi con tutta la forza che mi rimane in corpo, ma niente, vado a fondo come un sasso. La mia insegnate mi riprende per le spalle e mi tira su nuovamente. Subito mi aggrappo nuovamente al bordo piscina ancora più stanco, sfiduciato, con la gola e il naso che mi bruciano per l'acqua bevuta. Faccio un ultimo tentativo, ma niente, peggio di prima, bevo ancora più acqua. Penso che è la fine, che ora qualche adulto mi tirerà fuori da lì, che questa insegnate è pazza. Vedo mia madre seduta sulle panchine a bordo piscina, inizio a gridarle di tirarmi fuori da lì, ma questa si alza e se ne va. Capisco che è finita, da lì non me ne andrò sino a quando non faccio ciò che vuole questa maledetta istruttrice. La guardo e lei sorride, capisce che non ho più forza per oppormi, che non ho più idee di fuga, che la mia disperazione ha bruciato ogni mia paura ed anche se stessa. Sono completamente finito, al punto che per la mia mente non mi passano nemmeno più le solite paure di perdermi, di affogare, di non sopravvivere.

Quel desidero che mi voleva far sopravvivere a tutti i costi è morto ed ora io posso vivere quel che realmente c'è qui ed ora: questa insegnante di nuoto che sorridendo mi dice, “sei pronto a fidarti?”  

Io non rispondo nulla. Lei mi prende con una mano per le spalle, con l'altra mi toglie senza fatica le mani dal bordo piscina. Poi mi solleva le gambe, lascia che la mia testa entri leggermente nell'acqua. Poi mi tiene con una mano sotto il collo e con l'altra alla base della schiena. Ora mi ripete: “ti sto tenendo, non preoccuparti, non ti mollo, lasciati andare, rilassati, abbandonati, non c'è nulla da temere...” D'un tratto vedo le sue mani fuori dall'acqua e capisco che sto galleggiando, sto nuotando... Io no sto facendo nulla, ma rimango a galla.

Ora capisco che tutto il mio fare, resistere, spaventarmi e voler controllare impediva l'accadere di un qualcosa che poteva venire solo dalla fiducia e dall'abbandono. 

La memoria di questa esperienza mi è tornata utile ogni volta che mi sono imbattuto in qualcosa che aveva a che fare con la mia vita. Questa esistenza è come una piscina in cui dobbiamo imparare a nuotare, e l'unica via è l'abbandono e la fiducia.

Cara Anna, se lo senti affidati ad un bravo psicoterapeuta per qualche tempo, ma soprattutto affidati alla vita per l'eternità. E quando entri nei boschi del tuo mondo interiore e incontri Il tuo dio Pan, non temere la sua voce, ti sta solo dicendo che qualcosa in te non è ancora in sintonia con il tutto, che qualcosa in te sta disturbando il tuo equilibrio interiore. Il dio Pan non è cattivo, prende persino paura di se stesso, vuole solo gridare a squarcia gola che così non va, che qualcosa deve essere fatto, che la vita non si esaurisce in quelle quattro cose che tutti i giorni ci raccontiamo. 

Un forte abbraccio,

Dadrim

P.S. Nella vita, per imparare a nuotare, ovviamente non è necessario fare tutto il casino che ho fatto io in quella piscina. : )

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Commenti  

 
0 # Liana 2010-06-11 16:43
L'essere oppositivi nasconde una grande paura e la fiducia è una grande conquista interiore.:-)
 
 
0 # Athena 2010-06-11 19:07
lode a P.S. :-)
 
 
0 # Alessia 2010-06-15 19:41
La vita è una stanza con infinti angoli ricoperti di specchi. Chissa come mai, a volte ci incastriamo in un angolo e vediamo il riflesso di un solo specchio invece di vedere quell'infinità di angoli, e tutto diventa più difficile e opprimente. E anche quando riusciamo a muoverci di qualche grado e scorgiamo altri specchi è una sofferenza continua perchè non finiamo mai di scoprirci cechi, o almeno di veduta mai abbastanza larga, davanti a questa infinità di angoli che ci riflettono. Più vediamo e più ci accorgiamo di non vedere. Ma non c'è ceco più grande di chi non sa di non vedere. Quando uno lo sa cerca gli strumenti adatti per aiutarsi. E bisogna avere tanta tenacia e pazienza per poter arrivare a vedere l'ultimo specchio della nostra vita, ma solo in quel momento possiamo decidere cosa farne, se lucidarlo perchè ci piace o romperlo perchè non abbiamo più nessuna superstizione dentro di noi. Ci auguro un buon intervento cirurgico-spirituale agli occhi e di perdere le superstizioni!
 
 
0 # Guest 2011-02-04 04:34
ho la senzazione che tutto sia completamente finto
anzi ho la certezza.
tutto cio che mi circonda è niente di quello che sono.
sono un animale frutto della terra.
perchè adesso mi trovo in mano un computer. è tutto troppo strano. c'e qualcosa dietro
Non posso credere che ci servono delle cose che non ci servono ne appartengono,
siamo un progetto? chi è a capo di noi
 

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